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31 | 07 | 2014
ILLECITI PENALI PDF Stampa E-mail

illecitiA cura degli avv.ti Ornella Fiore e Guido Savio - Associazione per gli Studi Giuridici sull'Immigrazione

 


Gli illeciti penali connessi all’immigrazione clandestina o comunque alla violazione delle norme che disciplinano l’immigrazione in Italia possono essere suddivisi in sei gruppi fondamentali, regolati da altrettanti articoli del D. Lgs. 286/98, così come modificato dalla legge 189/2002.

A) REATI DI FALSO E CONTRAFFAZIONE
1) Contraffazione o alterazione di titolo di soggiorno (art. 5, comma 8-bis, D. Lgs. 286/98).
Questa norma, introdotta dalla legge n. 189/02, punisce severamente, con la reclusione da uno a sei anni, chiunque contraffà o altera un visto di ingresso o reingresso, un permesso di soggiorno, un contratto di soggiorno o una carta di soggiorno, oppure contraffà o altera documenti diversi al fine di ottenere il rilascio di quelli menzionati.
La pena è aumentata (reclusione da tre a dieci anni), se questa condotta viene compiuta su un atto o sulla parte di un atto che faccia fede fino a querela di falso.
Infine, la sanzione viene aumentata fino ad un terzo, qualora il reato venga posto in essere da un pubblico ufficiale.
2) Falsa dichiarazione di emersione
Uno specifico reato connesso con la procedura di emersione avviata a seguito dell’entrata in vigore della legge n. 189/02 è stato introdotto dal comma 8° dell’art. 33 della stessa legge (con riferimento alla dichiarazione di emersione dei rapporti di lavoro domestico o di assistenza) e poi ribadito dall’art. 1, co. 9, del D.L. n. 195/02, convertito in legge n. 222/02 (relativo alle dichiarazioni di emersione di altri tipi di lavoro dipendente). In entrambi i casi si prevede che chi presenta una falsa dichiarazione di emersione al fine di eludere le disposizioni in materia di immigrazione è punito con la reclusione da due a nove mesi, salvo che il fatto costituisca un più grave reato.

B) OMESSA ESIBIZIONE DI DOCUMENTI (art. 6, comma 3, D. Lgs. 286/98).
L’articolo 6, comma 3, del Testo Unico sull'immigrazione punisce, con l’arresto fino a sei mesi e l’ammenda fino a lire ottocentomila, lo straniero che, a richiesta degli ufficiali ed agenti di pubblica sicurezza, non esibisce, senza giustificato motivo, il passaporto o altro documento di identificazione, ovvero il permesso o la carta di soggiorno.
Si tratta di una contravvenzione per la quale, quindi, non è consentita l’applicazione di misure di coercizione della libertà personale (art. 280 c.p.p.).
Con riferimento a questo articolo, è sorto in seno alla Corte di Cassazione un contrasto interpretativo avente ad oggetto la possibilità di punire lo straniero entrato clandestinamente in Italia, che non sia in possesso di documenti identificativi e che, proprio per questa ragione, non sia in grado di esibirli.
Secondo una prima impostazione, peraltro prevalente, il reato di cui all’art. 6, comma 3, T.U. dovrebbe ritenersi configurabile anche per i clandestini, poiché la norma, sanzionando non il "rifiuto", ma la "mancata esibizione" dei documenti, presupporrebbe l’obbligo per lo straniero di munirsi degli stessi, salvo che si trovi nell’impossibilità di farlo per un "giustificato motivo", non dipendente dalla sua volontà.
L’orientamento opposto, invece, individua questo giustificato motivo proprio nell’ingresso clandestino dello straniero, che non sia in possesso di alcun documento per averlo smarrito, perché gli è stato sottratto, o per qualsiasi altra ragione.
Visto tale contrasto, la Sezione VI Penale della Corte, con ordinanza del 17.6.2003, ha rimesso tale questione all’esame delle Sezioni Unite.

C) DISPOSIZIONI CONTRO LE IMMIGRAZIONI CLANDESTINE (art. 12).
1) Il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina (art. 12, comma 1)
La fattispecie fondamentale prevista dall’articolo 12 del T.U. è quella del favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, di cui al primo comma. Nella versione attualmente in vigore (come modificata dalla legge n. 189/02), la norma prevede che venga punito con la reclusione fino a tre anni e con la multa fino a 15.000,00 euro, per ogni persona entrata illegalmente, chiunque ponga in essere atti diretti a procurare l’ingresso di uno straniero nel territorio dello Stato in violazione delle norme del Testo unico. Alla stessa pena soggiace chi favorisce, in qualsiasi modo, l’ingresso illegale di una persona in un altro Stato, del quale essa non sia cittadina e nel quale non abbia titolo per la permanenza.
Questo reato è punito indipendentemente dal fatto che l’ingresso dello straniero sia effettivamente avvenuto, poiché nella fattispecie rientra qualsiasi attività che sia semplicemente diretta a questo scopo .
In base a questo principio, sono punibili anche le condotte immediatamente successive all’ingresso clandestino e dirette a garantire l’esito favorevole dell’operazione. Si pensi alle attività di sottrazione ai controlli della Polizia, all’avvio dei clandestini verso località lontane dallo sbarco ed, in generale, a tutte quelle attività di fiancheggiamento e di cooperazione con le operazioni più direttamente e strettamente collegabili all’ingresso dei clandestini.
2) Il favoreggiamento a fini di profitto (art. 12, comma 3)
Il terzo comma dell’art. 12 prevede un’ipotesi particolare di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, caratterizzata da una pena molto più elevata rispetto al favoreggiamento semplice punito dal 1° comma (reclusione da quattro a dodici anni e multa di 15.000,00 euro per ogni persona illecitamente aiutata).
La condotta punita da questo comma è identica a quella prevista nel primo, ciò che cambia è "il fine di trarre profitto, anche indiretto" dall’attività di favoreggiamento, che non è necessario per sanzionare il reato base previsto dal primo comma, ma che deve essere presente per giustificare la pena più grave contemplata nel terzo.
Questo stesso aumento si applica anche quando il fatto è commesso da tre o più persone in concorso tra loro o utilizzando servizi internazionali di trasporto o, ancora, documenti falsi, alterati o comunque illegalmente detenuti.
E’ bene rilevare che non sono punibili le attività di soccorso e assistenza umanitaria prestate in Italia nei confronti di clandestini in condizioni di bisogno (art. 12, comma secondo).
Parimenti non sarebbe punibile, secondo un recente orientamento della giurisprudenza di merito , l’attività diretta a favorire l’ingresso irregolare in Italia di figli minorenni da parte dei genitori, poiché questi avrebbero il diritto di vivere con i propri figli ed il dovere di mantenerli ed educarli. Quindi, il loro comportamento andrebbe ricondotto all’esimente prevista dall’art. 51 c.p., che, per l’appunto, esclude la punibilità di una condotta quando questa costituisce l’esercizio di un diritto o l’adempimento di un dovere.
3) Circostanze aggravanti
Il comma 3-bis dell’art. 12 prevede una serie di circostanze aggravanti del favoreggiamento dell’immigrazione clandestina caratterizzato dal fine del profitto (ipotesi prevista dal 3° comma dell’art. 13, di cui al punto 2).
L’aumento di pena, fino ad un terzo, interviene in caso di:
a) ingresso o permanenza illegale di cinque o più persone;
b) modalità di ingresso tali da mettere a repentaglio la vita o l’incolumità della persona;
c) trattamento inumano o degradante della persona.
Il comma 3-ter dell’art. 12 prevede poi un’ulteriore circostanza aggravante dell’ipotesi prevista al comma 3, che si differenzia da quella appena descritta per l’aumento predeterminato della pena, che va in questo caso da cinque a quindici anni di reclusione e contempla una multa di 25.000,00 euro per ogni persona fatta entrare illegalmente.
Nello specifico si tratta del caso in cui il favoreggiamento a scopo di lucro sia compiuto per reclutare persone da destinare alla prostituzione o comunque allo sfruttamento sessuale o riguardi l’ingresso di minori da impiegare in attività illecite, al fine di sfruttarli (anche non sessualmente) .
Se poi, nel caso concreto, il giudice decidesse di concedere all’imputato delle circostanze attenuanti, queste non potrebbero comunque essere compensate con le aggravanti previste dai commi 3-bis e 3-ter dell’art. 12, né potrebbero, a maggior ragione, essere considerare prevalenti sulle stesse. Di conseguenza, la diminuzione di pena dovrà essere calcolata partendo dalla pena già aumentata per la sussistenza delle predette aggravanti (previsione del comma 3-quater dell’art. 12).
A temperare almeno in parte il rigore delle norme fin qui esaminate, può infine intervenire la speciale circostanza attenuante prevista dal comma 3-quinquies, per i soggetti che collaborino con l’autorità di polizia o con quella giudiziaria nella raccolta di elementi di prova decisivi per la ricostruzione dei fatti, per l’individuazione o la cattura di uno o più autori di reati e per la sottrazione di risorse (somme di denaro, o comunque, mezzi di qualsiasi tipo) utili alla consumazione dei delitti in esame.
4) Disposizioni processuali
Dal punto di vista processuale, il 4° comma dell’art. 12 prevede, per i casi di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina di cui ai commi 1 e 3, l’obbligatorietà dell’arresto dell’autore del delitto colto in flagranza di reato. Inoltre, i mezzi di trasporto utilizzati per la realizzazione di questo tipo di reati debbono essere confiscati e la procedura prevista è quella propria del giudizio direttissimo, sempre che non si rendano necessarie indagini particolarmente complesse.
5) Il favoreggiamento della permanenza illegale (art. 12, comma 5)
Oltre a punire le condotte di aiuto all’ingresso clandestino in Italia, la legge punisce con la reclusione da uno a quattro anni e la multa fino ad euro 15.493 (30 milioni) anche tutti i comportamenti volti ad aiutare la permanenza illegale di stranieri in Italia, alla condizione che l’autore del reato agisca al fine di trarre un ingiusto profitto della condizione di illegalità dello straniero. Quindi, non ogni aiuto alla permanenza in Italia dello straniero costituisce reato, ma ciò avviene solo quando sia provato lo specifico fine di guadagnare un utile ingiusto, derivante dalla condizione di illegalità: quale, ad esempio, subaffittare un alloggio imponendo un canone esorbitante approfittando della difficoltà per lo straniero clandestino di poter trovare un’abitazione.
Peraltro, la giurisprudenza ha affermato che non è configurabile questo tipo di reato per il solo fatto dell’assunzione al lavoro di immigrati clandestini, occorrendo anche la finalità di "ingiusto profitto", riconoscibile soltanto quando si esuli dall’ambito del normale svolgimento del rapporto di prestazione d’opera come, ad esempio, in caso di imposizione a loro carico di condizioni gravose o discriminatorie di orario e di retribuzione . In assenza di queste condizioni, potrà soltanto configurarsi la contravvenzione prevista dall’art. 22, comma 12, D. Lgs. 286/98 (per la quale v. la successiva lettera F).
6) Obblighi dei vettori e relative sanzioni.
I trasportatori (vettori) aerei, marittimi o terrestri sono tenuti ad accertarsi che lo straniero che trasportano sia in possesso dei documenti richiesti per l’ingresso in Italia ed hanno l’obbligo di riferire alla polizia di frontiera italiana circa la presenza a bordo di stranieri irregolari.
La trasgressione a questi obblighi comporta una sanzione amministrativa pecuniaria e, nei casi più gravi, la sospensione o la revoca della licenza.
7) Poteri di ispezione, controllo e sequestro della polizia italiana.
Gli ufficiali ed agenti di pubblica sicurezza operanti nelle province di confine e nelle acque territoriali, possono procedere al controllo ed alla ispezione dei mezzi di trasporto e delle cose trasportate, quando sussistano fondati motivi per ritenere che vi possano essere occultati stranieri clandestini.
I mezzi di trasporto e i beni sequestrati nelle operazioni di polizia finalizzate alla prevenzione e repressione dell’immigrazione illegale, sono di norma affidati agli organi di polizia e non possono essere venduti.
Le somme di denaro confiscate nelle operazioni di prevenzione e repressione della immigrazione illegale sono destinate al potenziamento di questa stessa attività.
8) Utilizzo delle navi italiane e della marina militare in servizio di polizia.
Le navi italiane in servizio di polizia e le navi della marina militare che incontrino, nelle acque territoriali o nelle zone contigue, una nave di cui si abbia fondato sospetto che sia adibita al trasporto illecito di migranti, possono fermarla e sottoporla ad ispezione. Qualora vengano rinvenuti elementi di conferma del coinvolgimento della nave in un traffico di migranti, la nave viene sequestrata e condotta in un porto italiano.
Questi poteri di controllo e sequestro possono essere esercitati anche al di fuori delle acque territoriali nei limiti consentiti dalla legge, dal diritto internazionale o da accordi bilaterali o multilaterali stipulati con altri Stati.

D) I REATI DI REINGRESSO DELLO STRANIERO ESPULSO (art. 13, commi 13 e 13 bis, D. Lgs. 286/98, come modificato dalla L. 189/02).
Le ipotesi previste da queste due disposizioni del Testo Unico in materia di immigrazione sono accomunate dal relativo presupposto: affinché si possa integrare la fattispecie di reato, lo straniero deve essere stato, in precedenza, effettivamente espulso dall’Italia. Perciò, non è sufficiente, per l’applicazione delle due norme, la mera emissione di un decreto di espulsione, ma occorre la previa concreta esecuzione dello stesso.
1) L’ipotesi base contravvenzionale (art. 13, comma 13)
A seguito dell’espulsione, il cittadino extracomunitario non può fare rientro in Italia per un periodo di dieci anni (art. 13, comma 14, D. Lgs. 286/98, come modificato dalla legge 189/02), a meno che il Ministro dell’Interno gli abbia rilasciato una speciale autorizzazione.
Se lo straniero, espulso con provvedimento dell’autorità amministrativa (Prefetto o Ministro dell’Interno), rientra comunque in Italia, violando il divieto di reingresso, commette un reato.
In particolare, in questo caso, il suo comportamento rientrerà nell’ipotesi prevista dall’art. 13, comma 13 del T.U., che sanziona il comportamento dello straniero che trasgredisce al divieto di rientro con l’arresto da sei mesi ad un anno e prevede la nuova espulsione mediante accompagnamento immediato alla frontiera. Per questo reato, l’art. 13, comma 13-ter, T.U. prevede l’arresto facoltativo in flagranza dell’autore del fatto ed il giudizio direttissimo. Tuttavia, trattandosi di una contravvenzione, non sarà comunque possibile l’applicazione di misure coercitive di alcun tipo, sicché lo straniero, dopo essere stato arrestato, dovrà essere posto immediatamente in libertà, indipendentemente dalla convalida o meno dell’arresto stesso.
Qualora non sia possibile eseguire immediatamente l’espulsione dello straniero che ha trasgredito al divieto di reingresso, il Questore dovrà disporne il trattenimento presso il Centro di Permanenza Temporanea, in base all’art. 14, comma 1, T.U., oppure, quando ciò non sia possibile o siano decorsi inutilmente i termini di permanenza senza l’esecuzione del provvedimento espulsivo, gli ordinerà di lasciare il territorio nazionale entro cinque giorni, ai sensi dell’art. 14, comma 5-bis.
Se, però, nonostante l’ordine di cui a quest’ultima disposizione, lo straniero si trattiene nel territorio dello Stato, commette un ulteriore reato, disciplinato dall’art. 14, comma 5-ter, T.U., di cui si tratterà più compiutamente al punto che segue.
2) I delitti previsti dall’art. 13, comma 13-bis
A differenza del reato contravvenzionale appena descritto, l’art. 13, comma 13-bis, contempla due ipotesi di delitti, per i quali, oltre ad essere sempre consentito l’arresto in flagranza, è prevista anche la possibilità di operare il fermo.
In particolare, sono punite la condotta dello straniero che viola il divieto di rientro in Italia conseguente ad espulsione disposta dal giudice e quella del soggetto che, già denunciato per la contravvenzione di cui al comma 13 ed espulso, abbia fatto nuovamente ingresso sul territorio nazionale.
In entrambi i casi, la legge prevede la pena della reclusione da uno a quattro anni e, a differenza di quanto visto a proposito dell’art. 13, comma 13, T.U., consente, anche fuori della flagranza di reato, l’adozione di provvedimenti restrittivi della libertà personale.
Anche per queste ipotesi si procede con il rito direttissimo.

E) I REATI DI ILLECITO TRATTENIMENTO nel territorio nazionale (art. 14, commi 5-ter e 5-quater, D. Lgs. 286/98).
Il presupposto di entrambi i reati qui considerati è dato dalla sussistenza, a carico dello straniero, di un decreto di espulsione non ancora eseguito, a differenza di quanto visto per le fattispecie di cui al punto D), che si fondano al contrario su di un’espulsione concretamente posta in essere.
In particolare, come già accennato, quando un cittadino straniero sia destinatario di un provvedimento di espulsione e non sia possibile trattenerlo presso un centro di permanenza temporanea, oppure siano decorsi i termini di permanenza senza che sia stata eseguita l’espulsione, il Questore gli ordina di lasciare il territorio dello Stato entro cinque giorni dalla notifica dell’ordine stesso. Questo deve essere dato con provvedimento scritto, sempre motivato e tradotto, contenente l’indicazione delle conseguenze penali previste dalla legge in caso di inottemperanza (art. 14, comma 5-bis, T.U.).
L’art. 14, comma 5-ter, T.U. punisce, per l’appunto, lo straniero che, senza giustificato motivo, si trattiene in Italia violando quell’ordine, prevedendo la pena dell’arresto da sei mesi ad un anno ed una nuova espulsione. Inoltre, l’art. 14, comma 5-quinquies, T.U., prescrive, per questo tipo di reato, l’arresto obbligatorio in flagranza e la procedura del rito direttissimo.
A proposito di questa fattispecie valgono le considerazioni già esposte circa il reato di cui all’art. 13, comma 13, D. Lgs. 286/98, poiché, anche in questo caso, la legge prevede l’arresto (lì facoltativo, qui obbligatorio) per un’ipotesi contravvenzionale, per la quale, perciò, l’art. 280 c.p.p. esclude l’applicabilità di misure cautelari.
Di conseguenza, a fronte di uno straniero arrestato per ingiustificato trattenimento in Italia, il Pubblico Ministero o il Giudice dovrà comunque disporne la liberazione (art. 121, comma 1, disp. att. c.p.p.), anche se l’arresto dovesse essere convalidato dal G.I.P..
A differenza, però, del reato di cui all’art. 13, comma 13, T.U., in questo caso il legislatore ha previsto che lo straniero non venga punito qualora risulti che si è trattenuto indebitamente in Italia per un "giustificato motivo". La giurisprudenza ha ritenuto sussistere questo giustificato motivo in presenza delle situazioni più varie. Il Tribunale ordinario di Torino, per esempio, ha ritenuto in alcune sue pronunce non esigibile l’allontanamento dello straniero che si trovi in condizioni economiche precarie o che, per l’irregolarità del proprio soggiorno in Italia, non riesca a reperire i documenti necessari per il viaggio.
Peraltro, secondo la giurisprudenza prevalente, spetterebbe all’imputato dimostrare l’esistenza del giustificato motivo, contrariamente al principio di carattere generale per il quale l’onere della prova grava sul Pubblico Ministero.
L’art. 14, comma 5-quater, D. Lgs. 286/98 punisce, invece, il comportamento dello straniero che, già espulso ai sensi del comma 5-ter, viene nuovamente trovato nel territorio dello Stato, in violazione delle norme del T.U. (cioè senza l’autorizzazione del Ministro dell’Interno prescritta dall’art. 13, comma 13, ovvero prima di dieci anni).
In questo caso, la sanzione prevista è la reclusione da uno o quattro anni, con l’arresto obbligatorio dell’autore del fatto ed il rito direttissimo come procedura.
Non è chiaro se, per la configurabilità del reato, sia sufficiente che sia stato adottato un nuovo decreto di espulsione a seguito dell’arresto dello straniero per il reato di cui al comma 5-ter, oppure se sia necessario che la nuova espulsione sia stata anche eseguita. Nel primo caso, si tratterebbe di una fattispecie di illecito trattenimento in territorio nazionale, mentre nel secondo verrebbe sanzionato un caso particolare di violazione del divieto di reingresso. Si segnala che nelle sue prime pronunce, il Tribunale di Torino sembra propendere per la seconda ipotesi.

F) L’IMPIEGO DI MANODOPERA IRREGOLARE (art. 22, comma 12, D. Lgs. 286/98).
La norma in esame contempla la contravvenzione del datore di lavoro che occupa alle proprie dipendenze lavoratori stranieri che siano privi del permesso di soggiorno o il cui permesso di soggiorno sia scaduto senza che ne sia stato chiesto il rinnovo entro i termini previsti dalla legge.
La pena prevista è dell’arresto da tre mesi ad un anno e dell’ammenda di 5.000 euro per ogni lavoratore impiegato.
Pare utile precisare che, nelle more del rinnovo del permesso di soggiorno, è possibile per lo straniero costituire un nuovo rapporto di lavoro o proseguire quello già esistente, senza che il datore di lavoro corra il rischio di incorrere in questa contravvenzione, purché il rinnovo sia stato richiesto entro il termine prescritto.
Da ultimo, tale condotta non va confusa con quella, ben più grave, del favoreggiamento della permanenza di clandestini sul territorio dello Stato ai fini del loro sfruttamento, prevista dall’art. 12, comma 5, D. Lgs. 286/98 (vedi lettera C, punto 5)
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