Il report realizzato da FIERI (Forum Internazionale ed Europeo di Ricerche sull’Immigrazione) per la Città Metropolitana di Torino (CMTO) contiene una mappatura ragionata di ‘pratiche ispiratrici’ – che contengono elementi di innovazione che potrebbero essere replicati in altri contesti – relative ad interventi di integrazione dei migranti, forzati e non, in tutta la provincia torinese, con l’esclusione del capoluogo. E’ suddiviso in sei sezioni: outreaching, lavoro, abitare, coinvolgimento della comunità e cittadinanza attiva, profughi ucraini, crowdfunding. Emerge un passaggio da una fase di “emergenza creativa” (2015 – 2018) del sistema di accoglienza a una di “difficoltà normalizzata” (di fine 2022). In questa nuova fase, le sperimentazioni sono molto poche e gli operatori dei servizi pubblici e non-profit si trovano a dover andare oltre i loro compiti formali per offrire ciò che ritengono essere standard minimi di qualità, per garantire continuità nei percorsi delle persone, per rispondere a bisogni non sempre standardizzabili. Il fattore che pare aver inciso di più è stata la riduzione delle risorse economiche seguita al Decreto Sicurezza e Migrazione del 2018 (Decreto Legislativo 113/2018 convertito nella Legge 132/2018)4. Il forte taglio delle risorse ha avuto un impatto negativo sul livello di innovazione degli interventi di integrazione. Allo stesso tempo, ha stimolato due modalità di finanziamento: il maggiore ricorso ai bandi delle fondazioni bancarie o di fondi europei e il crowdfunding. In questo quadro di risorse scarse, i volontari sono visti come una risorsa importante in molte delle pratiche individuate, ma richiedono anche un aumento del lavoro professionale di accompagnamento. La pandemia del 2020 ha inoltre reso necessario pensare a nuovi modi per intercettare i potenziali beneficiari, stimolando soluzioni innovative sul fronte dell’outreach, che vede gli operatori uscire dagli uffici per agganciare i beneficiari e portare i servizi all’esterno, in luoghi altri, dove i bisogni possono manifestarsi ed essere quindi intercettati. Si è invece registrata una fatica a innovare sul fronte del lavoro e dell’abitare. In questa situazione di “difficoltà normalizzata”, molti sono i bisogni dei migranti lasciati inevasi e le organizzazioni, se vogliono innovare, devono investire nel fund-raising e nella gestione dei progetti risorse umane ingenti, sottraendole all’erogazione dei servizi, ma si tratta di difficoltà ignorate e considerate ormai ordinarie, lasciate ai margini del dibattito pubblico. Infine, contrariamente alle aspettative, l’arrivo di un numero consistente di profughi dall’Ucraina, non pare aver stimolato una rilevante innovazione sul fronte integrazione; ciò sembra essere dovuto soprattutto alla propensione dei cittadini ucraini a percepire la loro presenza in Italia come temporanea e all’effettivo ritorno in patria di molti di loro, rendendo più complessa la programmazione di interventi di medio periodo.