Vittime di tratta

Vittime di tratta

Descrizione

La tratta degli esseri umani rappresenta una grave violazione dei diritti della persona. Implica il trasferimento o il trasporto illegale di una persona straniera vulnerabile all’interno dei confini dello Stato con l’utilizzo della violenza, dell’inganno o di altra forma di coercizione e al fine di destinarla allo sfruttamento sessuale, lavorativo, nell’accattonaggio, nel compimento di attività illecite, per l’espianto di organi o per matrimoni forzati. La tratta si distingue quindi dal favoreggiamento dell’immigrazione irregolare, nel quale lo straniero si accorda con il trafficante e non è destinato allo sfruttamento (anche se non si deve escludere che, una volta giunto in Italia, sia sottoposto a violenza e sfruttamento).

A partire dal 2015, la richiesta d’asilo è diventata il più importante canale d’accesso in Italia e in Piemonte per le vittime di tratta provenienti dall’Africa sub-sahariana. Questo ha determinato, da un lato, la presenza di vittime della tratta (soprattutto donne) nel sistema di accoglienza per i richiedenti asilo e, dall’altro, l’inserimento di richiedenti e titolari di protezione internazionale nelle strutture specifiche per le vittime di tratta.

In un contesto di flussi migratori misti, i soggetti che da molti anni si occupano di accogliere le vittime hanno dovuto affrontare sfide nuove, che hanno messo in discussione le definizioni assodate e gli strumenti di prevenzione, contrasto e assistenza tradizionalmente impiegati.

 

Dati

Quanti sono i Progetti anti-tratta attivi in Italia?

I programmi di protezione e assistenza sono realizzati attraverso 21 progetti attuati su tutto il territorio nazionale, finanziati dal Dipartimento delle Pari Opportunità. Ciascun progetto ha una durata di 15 mesi. Dal 2016 i progetti assicurano adeguate condizioni di alloggio, vitto, assistenza sanitaria, psicologica e legale alle vittime di tratta. II soggetti abilitati a realizzare tali programmi sono quelli iscritti nella seconda sezione del Registro delle associazioni e degli enti (pubblici e privati) che svolgono attività a favore degli immigrati istituito presso il Ministero del lavoro.

 

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Quanti sono stati i fondi erogati a progetti dedicati a vittime di tratta in Piemonte tra il 2018 e il 2020?

L' Anello forte 3 – Rete anti-tratta del Piemonte e della Valle d’Aosta” è il progetto realizzato in attuazione del Programma Unico finanziato dal Dipartimento di Pari Opportunità per un valore di 3.600.000 euro (2018-2020) e coordinato dalla Regione Piemonte.

Esso copre i territori delle due regioni e si rivolge a donne, uomini e persone trans vittime di tratta a scopo di sfruttamento sessuale, lavorativo e di attività di accattonaggio. Con la collaborazione di 14 enti anti-tratta si realizzano attività di emersione e primo contatto, tutela della salute, protezione immediata, prima/seconda accoglienza, formazione e orientamento al lavoro. Inoltre, nell’ultimo triennio, in Piemonte sono stati sono stati attivati altri due progetti per sostenere le attività preliminari alla identificazione delle persone vittime di tratta (progetto “ALFa – Accogliere le fragilità”, cofinanziato da Fondi FAMI - Fondo asilo migrazione e integrazione della Commissione Europea e dal Ministero dell’Interno, con capofila la Prefettura di Torino) e per la fase finale del percorso, ovvero l’inserimento al lavoro (progetto “FaiJob”, finanziato sempre da fondi FAMI).

 

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Quanti primi contatti con potenziali vittime di tratta sono stati realizzati in Piemonte nell’ultimo triennio?

Dal 2018 al 2020 sono stati circa 6. 000 i primi contatti con potenziali vittime di tratta attraverso le unità di strada, gli sportelli, il Numero verde anti-tratta e i colloqui di valutazione eseguiti su richiesta della Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale e delle strutture di accoglienza per i richiedenti asilo e i rifugiati.


Il contatto avviene principalmente attraverso le unità di strada (UDS) che realizzano costanti monitoraggi (diurni e notturni) della prostituzione e del fenomeno dell’accattonaggio su tutto il territorio piemontese. Attraverso le UDS gli operatori, partendo da un’assistenza spesso sanitaria (consegna di kit igienici, orientamento sulla prevenzione di malattie sessualmente trasmissibili e consegna di dispositivi anticoncezionali) e legale (informazioni relative alla condizione giuridica e l’ordinamento legislativo), riescono ad entrare in contatto con potenziali vittime di tratta, indirizzandole verso percorsi di affrancamento dalle condizioni di sfruttamento e di avviamento ai percorsi di accoglienza ad hoc. Un altro importante dispositivo è il numero verde Anti-Tratta attivo 24 ore su 24 e 7 giorni su 7 su tutto il territorio nazionale che fornisce immediata risposta a richieste di informazioni sui servizi dedicati alle vittime di tratta, denuncia di situazioni di sfruttamento e modalità di ingresso in uno dei programmi di assistenza.

 

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Quante potenziali vittime di tratta sono state assistite in Piemonte nel triennio 2018-2020 dal progetto “Anello forte”?

I servizi pubblici e privati anti-tratta hanno assistito 1.367 potenziali vittime di tratta.

I livelli di supporto e assistenza sono molteplici: consulenza legale, sanitaria o psicologica senza entrare in un programma di protezione; introduzione nel programma con trasferimento, per ragioni di sicurezza, in altri progetti attivi sul territorio nazionale oppure accoglienza nei sistemi per richiedenti asilo (CAS e SAI) e presa in carico da un ente anti-tratta portatore di competenze specifiche da affiancare al personale degli altri sistemi di accoglienza. Di queste 1.367 persone, 256 sono state accolte in strutture piemontesi. Attualmente, i posti attivi sul territorio regionale sono 94, distribuiti in tutte le province del territorio.

 

Le strutture di accoglienza in Piemonte 

Le strutture dedicate sono dotate di un’equipe multidisciplinare con esperienza nell’ambito della tratta, capace di rispondere a tutte le esigenze delle persone beneficiarie adottando un approccio trans-culturale. La gestione della presa in carico residenziale delle vittime di tratta e/o di grave sfruttamento in Piemonte è organizzata su tre livelli: emergenza, prima e seconda accoglienza. Particolari misure e procedure sono adottate in collaborazione con i servizi pubblici, nei confronti delle persone con vulnerabilità sociali o sanitarie (madri con bambini piccoli, minori, neo-maggiorenni, persone con disabilità motoria, sensoriale o intellettiva, persone con dipendenze).

 

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Quante vittime di tratta accolte in Piemonte hanno presentato richiesta d'asilo nel 2020?

L'80% delle persone identificate come vittime di tratta e/o di grave sfruttamento in Piemonte ha presentato richiesta di protezione internazionale durante il 2020.

Per quanto riguarda il contesto nazionale, la percentuale si assesta al 53%. La tendenza è in continuità con gli anni precedenti, sebbene il 2020 abbia visto un notevole calo delle persone identificate come Vdt dovuto alla crisi sanitaria da Covid-19. Nel quadro dei flussi migratori misti, si sono manifestate profonde interconnessioni tra il fenomeno della tratta e i percorsi migratori dei richiedenti asilo, e la richiesta d’asilo si è affermata quale principale canale di accesso per le vittime nel nostro Paese. Analizzando le tipologie dei titoli di soggiorno in possesso delle vittime di tratta, la richiesta d’asilo appare sempre come un canale preferenziale rispetto al permesso di soggiorno “casi speciali” (c.d. art.18) che risulta essere meno appetibile dal punto di vista della durata e della sua conversione.

 

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Qual è la percentuale di donne tra le vittime di tratta e/o grave sfruttamento in Piemonte?

A livello globale il fenomeno ha una forte connotazione di genere: il 77% delle vittime di tratta ai fini di sfruttamento sessuale sono donne e ragazze, mentre la percentuale di persone di genere femminile impiegate a fini di sfruttamento lavorativo si assesta al 14%. Per gli uomini invece le stime sono invertite (rispettivamente 17% e 67%). In Piemonte l’82% delle persone prese in carico dal sistema anti-tratta sono donne e provengono in maggioranza da Nigeria (90%) e Costa d’Avorio. I dati sono in linea con il contesto italiano: nel 2020 donne e ragazze si confermano la componente maggioritaria (81,8%), ma risultano in aumento rispetto al 2019 sia la componente maschile sia le persone transgender.

 

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Quanti nuclei mamma-bambino sono stati accolti nell’ultimo biennio in Piemonte?

Negli ultimi anni è molto aumentato il numero di ragazze e giovani donne vittime di tratta che hanno uno o più figli a carico: nel 2016, sul totale delle nuove prese in carico, i nuclei erano il 5,99% e i figli rappresentavano il 6,56%.

Nel 2020 i numeri sono raddoppiati: i nuclei pesano sul totale delle nuove prese in carico per l’11,66%, e i figli per il 14,16%. Il Piemonte registra uno dei numeri più alti a livello di presenza di nuclei monoparentali di persone accolte nel sistema anti-tratta: dal 2018 ad oggi nei programmi dedicati alle vittime di tratta sono stati accolti 78 nuclei. Negli ultimi mesi si sta registrando un consistente aumento di arrivi da Francia o Germania di donne (in maggioranza nigeriane) in stato di gravidanza e/o con uno o più minori a carico che rientrano dopo anni di permanenza all’estero. L’aumento del numero di queste donne con figli necessita una focalizzazione sui bisogni e sulle vulnerabilità tanto dei minori come delle madri.

 

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Che rischio hanno le vittime di tratta di sviluppare forme di psicosi rispetto alla popolazione locale?

I rifugiati e le vittime di tortura, di tratta e/o grave sfruttamento hanno un rischio di 3,7 volte maggiore di sviluppare forme di schizofrenia e altre psicosi rispetto alla popolazione locale e di oltre il 66% rispetto ad altri migranti provenienti dalle stesse aree geografiche. Questa popolazione è stata ripetutamente esposta ad esperienze traumatiche e violente nel proprio paese d’origine, durante il viaggio e nel luogo di destinazione, sviluppando una maggior suscettibilità allo sviluppo di reazioni psicopatologiche fortemente invalidanti. La diagnosi più frequente è il Disturbo Post Traumatico da Stress (PTSD: Post-Traumatic Stress Disorder) che spesso si manifesta con disturbi depressivi, ansia, attacchi di panico e, nei casi più gravi, istinti suicidi. Si stima che la possibilità di sviluppare i sintomi di PTSD si attesti tra il 9-36% nella popolazione migrante comparato con l’1-2% della popolazione locale.
Nel caso delle vittime di tratta, tortura, stupro e abusi estremi di altra natura (prigionie in isolamento in condizioni disumane e degradanti, naufragi, testimonianza di morti violente, ecc.), si possono presentare quadri clinici psicopatologici manifesti, latenti o sub-clinici anche a distanza di molto tempo dal trauma subito. Tale grado elevato di sofferenza fisica e psichica aumenta il rischio di sviluppare malattie croniche: si stima che tra il 33 e il 75% dei sopravvissuti a traumi estremi sviluppi, nel periodo successivo all’esperienza traumatica, un disturbo psicopatologico che impatterà anche sulle generazioni successive (tortura transgenerazionale).

 

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Quante persone prese in carico dal sistema anti tratta hanno avviato un percorso di inserimento lavorativo nell’ultimo biennio?

Delle 256 persone prese in carico dagli enti anti-tratta del Piemonte, 62 hanno avviato un tirocinio e solo 10 hanno ottenuto un impiego (a tempo determinato o indeterminato).

Negli ultimi anni, in Piemonte gli interventi sono stati rivolti soprattutto a donne nigeriane sfruttate sessualmente, molto giovani (normalmente con un’età compresa tra i 16 e i 25 anni), spesso in gravidanza o con figli piccoli e con un basso livello di scolarità. Si tratta di donne con un pesante passato di sofferenza, violenze sessuali e abusi subiti in viaggio, con problemi sanitari e psichici anche gravi, senza una rete parentale di sostegno, in situazioni di ambiguità relazionale con gli sfruttatori, con basse competenze professionali.
In questo contesto, la possibilità di garantire alle vittime un inserimento sociale e lavorativo al termine del periodo di accoglienza ha incontrato notevoli ostacoli; inoltre le vittime di tratta condividono con gli altri rifugiati la minore capacità di essere integrate nel mercato del lavoro rispetto ad altre tipologie di immigrati, in letteratura definita refugee gap.  Altrettanto scarsa appare la capacità delle vittime di beneficiare degli strumenti di politica attiva del lavoro, anche di quelli pensati per i soggetti più vulnerabili come il buono per servizi al lavoro per persone in condizioni di particolare svantaggio.

 

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Come ha influito la pandemia da Covid-19 sulle vittime di tratta?

Secondo una ricerca dell'OSCE, il 70% delle vittime di tratta intervistate ha dichiarato un peggioramento del loro stato psicologico dovuto alla pandemia da Covid-19.

La ricerca è stata svolta su un campione di vittime di tratta provenienti da 102 paesi, tra cui l'Italia. Diversi studi internazionali confermano questa situazione. Anche l’ultimo report di GRETA,  il gruppo di lavoro del Consiglio d’Europa contro la tratta di esseri umani, conferma che gli effetti della pandemia hanno reso le vittime di tratta e sfruttamento ancora più vulnerabili. Tra le principali conseguenze della crisi sanitaria più comuni tra le vittime e potenziali vittime di tratta risultano: difficoltà di accesso ai servizi di salute ed ai servizi di orientamento legale, ritardi nella loro identificazione con il blocco/rallentamento dei procedimenti investigativi e giudiziari, perdita del lavoro, scarsità di beni di prima necessità. Di non minore importanza gli effetti psicologici del covid: la pressione della pandemia ha influito negativamente sui già difficoltosi processi di ricostruzione di una nuova vita per le ex vittime di tratta. L’insieme di tali fattori ha determinato un aumento delle condizioni di povertà e vulnerabilità che espone queste persone ad un alto rischio di re-traffiking.

 

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Il caso Nigeria

casoNigeriaDal 2015 in Italia si è registrato un significativo aumento del numero di migranti e richiedenti asilo provenienti dalla Libia e originari dei Paesi dell’Africa occidentale, in particolare della Nigeria. Tra il 2014 e il 2016, la percentuale dei migranti nigeriani è passata dal 5,3% (pari a 9.000 arrivi) al 20,7% (pari a 37.551 sbarchi).
Secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (OIM), le donne e le minori straniere non accompagnate di nazionalità nigeriana sono tra i soggetti più esposti al rischio di diventare vittime di tratta destinate allo sfruttamento della prostituzione in Italia o in altri Paesi dell’Unione Europea. In particolare, l’OIM ritiene che una percentuale compresa tra il 70 e l’80% delle donne nigeriane sbarcate nel periodo 2014-2016 sia una probabile vittima di tratta.
Nel periodo 2013-2016, gli arrivi di donne nigeriane in Italia via mare sono aumentati costantemente, con una riduzione solo nel 2017 a seguito della firma del Memorandum d’intesa tra Italia e Libia.

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Dati al 31/12/2017

Fonte: Ministero dell’Interno

"L’inclusione lavorativa delle vittime di tratta e grave sfruttamento"

Nel territorio piemontese nel periodo dicembre 2017 – marzo 2020, i servizi pubblici e privati anti-tratta hanno intercettato e assistito 1.221 vittime di tratta. Si tratta per lo più di persone di genere femminile (86%), provenienti dalla Nigeria (83%) e con un basso titolo di studio: nell’80% dei casi il titolo più alto raggiunto è la licenza media.

Le vittime di tratta condividono con gli altri rifugiati la minore capacità di essere integrate nel mercato del lavoro rispetto ad altre tipologie di immigrati, in letteratura definita refugee gap. A queste difficoltà se ne aggiungono altre, più specifiche, che attengono alla condizione di queste persone: da un lato una minore occupabilità (legata alla giovanissima età, alle scarse competenze formative e professionali, a condizioni psico-fisiche spesso precarie), dall’altro una maggiore ostilità del contesto (pregiudizi degli attori economici, limitata capacità dei servizi per il lavoro di accompagnare un target altamente vulnerabile, segmentazione del mercato del lavoro su basi etniche e di genere, difficoltà degli stessi enti di accoglienza a strutturare percorsi lavorativi non ordinari e ad utilizzare strumenti innovativi).

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