Notizie e Appuntamenti

01. Questione di sicurezza

01 storiaQuando lo chiamarono per raccontargli l’accaduto, Abdu non seppe cosa dire. Quel giorno Ike e Samuel avevano deciso di andare alla piscina comunale per sfuggire al caldo estivo, ma erano stati fermati all’ingresso.
– Dicono che non possiamo entrare, ma non capiamo perché –, gli avevano detto.
– Va bene, arrivo –, era stata la sua risposta. Nella voce una lieve increspatura.
Abdu era un mediatore di lingua igbo e forse tra le prime persone che i due ragazzi avevano incontrato in Italia, dopo essere partiti dalla Nigeria.

Gli capitava spesso di ricevere telefonate di questo tipo: chiamate non filtrate da nessun operatore della cooperativa che gestiva il SAI di Borgobene, ma richieste d’aiuto dirette da parte delle persone accolte nella struttura. Di solito bastava che lui restasse in ascolto, che in qualche modo si dimostrasse presente. Quel giorno, tuttavia, capì che questo non sarebbe stato sufficiente: dal tono concitato di Samuel aveva colto una certa tensione. Recuperò borsa, borraccia e bici e si avviò.
La prima persona che vide fu Ike. Sostava in piedi davanti al cancello della struttura, tenendo sottobraccio un asciugamano da mare con i colori di casa, verde-bianco-verde. Per chi è lontano dalla propria terra, la nostalgia è un sottofondo costante e lui e Samuel avevano cominciato a conviverci solo da un paio di anni.

– Ehi –, lo salutò Abdu.
Il ragazzo ricambiò con un sorriso stanco e una stretta di mano.
– Ciao Abdu –, intervenne Samuel. – Grazie per essere venuto –.
Il mediatore annuì, muovendosi verso la reception della piscina. Si sentì subito travolgere dall’odore pungente del cloro.
– Cosa sta succedendo? Perché non lasciate entrare questi ragazzi? –, esordì, rivolto alla ragazza dell’accoglienza. La targhetta cucita sulla sua polo azzurra la indicava come Alessia.
– Oggi è meglio così – rispose lei, vaga.
– Sono già venuti altre volte, ma non hanno mai avuto problemi. Non capisco –.
La receptionist esitò un attimo, come a voler prendere del tempo per dosare bene le parole che stava per dire. – Purtroppo le regole sono cambiate. Oggi non posso lasciarvi entrare, ci sono troppe ragazze –.
Abdu aggrottò la fronte. – In che senso? –.
Alessia cominciò a tamburellare sul bancone dell’accoglienza. Faceva fatica a trovare l’espressione giusta da usare, ma proprio quella settimana aveva ricevuto delle nuove
direttive. Non voleva prendersi un richiamo. – Qualche giorno fa alcune ospiti hanno avuto problemi con un gruppo di ragazzi… - Una pausa. Le sfuggì un’occhiata a Ike e Samuel. – … africani. Per questo la direzione ha deciso di non far più entrare nessun… –
– Nero? – la interruppe Abdu, guardandola negli occhi.
Lei abbassò lo sguardo. Provò a cercare aiuto altrove e vide che nel frattempo si era formata una coda all’ingresso.
– Davvero, non è razzismo, sto solo rispettando un ordine che mi è stato dato –, ripeté. – È un provvedimento preso per motivi di sicurezza, nient’altro. Mi spiace non poter fare di più –.
A quelle parole, Abdu sentì il sangue ribollire e per un attimo si dimenticò di restare calmo. Indicò i due giovani dietro di lui. – Ma la sicurezza di chi? Questi ragazzi non hanno fatto nulla! –. L’aveva quasi gridato, ma si rese subito conto dell’errore, accorgendosi del sussulto della giovane. Cercò di abbassare la voce e chiese di parlare con un responsabile.
Alessia trasse un profondo respiro, ma fece un cenno di assenso e digitò un numero. Il telefono sembrò squillare svariate volte, ma non rispose nessuno.
– Provi ancora –, insisté Abdu.
Intanto le persone in fila cominciavano a dare segni di nervosismo: c’era chi inveiva contro Ike e Samuel, chi contro Alessia, chi non capiva perché la coda fosse così lenta.
Incalzata dal rumore crescente, la receptionist finì per sbottare.
– Non risponde nessuno. Adesso però vi chiedo la cortesia di farvi da parte, altrimenti sarò costretta a chiamare i carabinieri –.
Abdu sollevò le mani in segno di resa e la guardò. – Non ce n’è bisogno –.
Sul suo volto si stava facendo spazio un sorriso amaro: capì che non sarebbe riuscito a smuoverla dalla sua posizione, dal timore di prendersi quella responsabilità. Si rivolse allora a Ike e Samuel, con un peso sul cuore.
– Mi spiace, ragazzi –, sospirò, allontanandosi dal bancone e facendo loro cenno di seguirlo.
– Ma non è giusto! Allora perché quelli sono entrati senza problemi? –, reagì Ike, indicando alcuni ragazzi che avevano appena superato il controllo. Sembravano avere origini straniere anche loro.
Abdu li guardò svoltare nel corridoio a destra ed entrare negli spogliatoi maschili in fretta e furia, prima che Alessia potesse cambiare idea. Sotto le canottiere estive, l’uomo notò il colore della loro pelle: era di qualche tonalità più chiara della loro.
Scosse la testa. Ancora una volta, non seppe cosa dire. Si ripromise di riprovarci e segnalare l’accaduto al direttore della struttura, magari anche all’assessore del Comune. Avrebbe potuto contattare dei giornalisti, fare sempre più rumore. Ora, però, poteva solo recuperare un po’ del tempo perduto e provare a cambiare la percezione di quella giornata. Proporre un finale alternativo. Guardò i due ragazzi con un sorriso stanco.
– Che dite, facciamo due tiri al parco? –.

02. È solo un regalo

02 storiaEra già la terza volta che tornava all’Agenzia delle Entrate. In meno di una settimana Ismail aveva passato sei ore, ventiquattro minuti e quarantacinque secondi in coda. Tra le persone prima di lui, ne vide alcune che stavano leggendo dei documenti con una certa apprensione. Lui si era trovato nella stessa posizione poco tempo prima, quando aveva ricevuto un sollecito di pagamento di circa 703,72 euro. In fondo al documento si segnalava anche la possibilità di controllare la propria situazione debitoria online, tramite identità digitale.

Tuttavia, Ismail non aveva la più pallida idea di cosa fosse lo SPID e del perché dovesse pagare quell’importo. Anche se il suo ristorante di cucina bengalese - un sogno che aveva coltivato per anni dal suo arrivo in Italia - stava andando bene, settecento euro restavano una cifra considerevole. Ismail sarebbe stato disposto a pagare solo dopo averne saputo di più, per non commettere lo stesso errore due volte. Era andato direttamente all’Agenzia delle Entrate. La prima volta si era trovato davanti a un muro, di quelli che sono lì da anni e continuano a crescere, mattone dopo mattone.

– Non è di nostra competenza –.

Allo sportello un signore impaziente l’aveva liquidato così. Lui aveva provato a controbattere, ma purtroppo aveva ancora qualche difficoltà con la lingua. Così aveva lasciato l’ufficio con una certa amarezza. La seconda volta, per fortuna, era andata molto meglio.

– Certo, proviamo subito a verificare –.

Giovanni, lo sportellista che l’aveva accolto, si era dimostrato disponibile fin da subito. Aveva ascoltato i suoi dubbi con pazienza e aveva anche concordato sul fatto che essere imprenditori non fosse affatto facile. Alla fine dell’incontro, Ismail non solo aveva capito le ragioni delle multe - legate a una vecchia attività -, ma aveva anche scoperto di dover pagare una cifra più bassa. Per questo si trovava di nuovo nello stesso ufficio. Era deciso a ricambiare quell’aiuto prezioso con un dono, come era sempre stato abituato a fare. Fare la coda non gli pesava. Quando chiamarono finalmente il suo numero, si diresse allo sportello con un sorriso.

– È per lei –, esordì.

Giovanni ci mise qualche secondo prima di riconoscerlo; lo salutò confuso. – Signor Pal, ha dubbi su altro? –

– No no, sono qui per lei. Per darle questo –.

Lo sportellista abbassò lo sguardo sulla busta che Ismail aveva spinto verso di lui. La aprì un poco e spalancò gli occhi, riconoscendo un portafoglio in pelle firmato.

– Guardi, la ringrazio, ma non posso –, disse solo, dopo un momento di esitazione. Secondo il codice di comportamento dell’ufficio, non avrebbe potuto accettare alcun regalo dall’utenza. Quello, in particolare, sembrava anche costoso: accettarlo poteva creare delle situazioni equivoche e Giovanni voleva evitare il problema sul nascere.

– Lo prenda, per favore. Ieri mi è stato di grande aiuto –.

– Non posso, davvero, ma apprezzo il pensiero. Grazie mille –.

– È suo, lo accetti –, insisté Ismail. Per enfatizzare l’intento, lasciò lì il regalo e fece per andarsene, ma proprio in quel momento apparve il responsabile della sede, che aveva intravisto la scena da lontano. – Cosa sta succedendo qui? –, domandò, prima di dare una sbirciata al contenuto della busta e aggrottare la fronte. – Un portafoglio? – Spostò lo sguardo da Giovanni a Ismail, cercando di capire la situazione con le poche informazioni che aveva.

Lo sportellista provò a spiegare. – Ho aiutato il signore con una pratica ieri, e oggi è tornato a ringraziare –.

– Quindi è un regalo da parte sua? –

– Sì, ma gli stavo giusto dicendo che non posso accettare –.

– No, infatti, conosce bene il regolamento –, concordò l’altro, aggiungendo sottovoce: – Ma poi chissà dove l’avrà trovato, un portafoglio così. Magari l’avrà rubato da qualche parte –.

Giovanni incassò quel commento in silenzio, ma apparve a disagio. Si girò verso Ismail, sperando che non avesse sentito nulla, ma lui era riuscito proprio a cogliere la parola “rubato”.

– Io non ho rubato nulla –, intervenne allora, alzando la voce. – Sono un lavoratore onesto –. Si avvicinò di nuovo allo sportello per difendere la sua posizione, ma in quel momento sentì qualcuno gridare dalla fila.

– Ma basta! Sono in coda da un’ora, non è possibile! – protestò una signora, rivolgendo lo sguardo verso di lui. Lo indicò con una mano e scosse la testa. – Dopo il lavoro, questi ci rubano anche il tempo –. Qualcuno le fece eco, alimentando il brusio di sottofondo.

Il responsabile colse l’occasione per sorvolare sulle parole di Ismail e tagliare corto.

– Non possiamo passare la mattinata a discutere –, concluse, porgendogli di nuovo il pacco. – E non possiamo accettare regali dagli utenti, fine della storia. Lo riprenda, per favore –.

Ismail avrebbe voluto reagire, ma si sentì improvvisamente stanco. Non aveva più le forze per rispondere a tono, così prese in mano la busta e decise di andarsene. Guardò un’ultima volta verso Giovanni, che parve dispiaciuto, e si allontanò dall’ufficio con passo pesante. Quella mattina non avrebbe mai immaginato uno sviluppo del genere. Era così difficile fare un regalo, dimostrare una qualche forma di gratitudine?

Una volta fuori, trasse un lungo respiro e si sistemò meglio la giacca per coprirsi dal vento. Sentiva un groviglio allo stomaco, ma non ci volle fare troppo caso.

Tra meno di un’ora avrebbe dovuto aprire il ristorante e accogliere i primi clienti. Era tutto quello che contava.

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