Notizie e Appuntamenti

07. I dubbi di una madre

07 storiaQuando scoprì che sarebbe diventata madre, Fadma afferrò il lavandino del bagno con entrambe le mani e cercò di respirare. Si guardò allo specchio, sorrise timidamente al proprio riflesso e si lasciò sfuggire qualche lacrima.
Sentiva che il suo corpo cominciava a prepararsi al cambiamento e a fare spazio a quella nuova vita. Sarebbe stata casa e rifugio, promessa e speranza insieme.
Per lei, quella era la prima vera notizia felice che riceveva da tempo.

Da quando era arrivata in Italia qualche mese prima, Fadma aveva continuato a sentire la mancanza della sua terra. Le mancavano i profumi, i bazar, le terrazze su cui si lasciava asciugare il cous cous appena cotto. Chissà, se avesse avuto una femmina, Fadma le avrebbe potuto insegnare tutti i segreti nascosti nella semola - le storie e i saperi tramandati da generazioni di donne marocchine.
Quella sera stessa lo disse anche a Omar, il marito, che rimase senza parole per un attimo che sembrò eterno. Non era un uomo che sorrideva spesso, ma nei suoi occhi gentili la moglie intravide un guizzo di gioia, prima che lui si alzasse da tavola e l’abbracciasse forte. La loro famiglia stava per crescere.

La prima visita in consultorio lasciò Fadma con un’agenda verde in mano e una nota in cui le si consigliava di assumere acido folico. Era riuscita a capire qualcosa in più sul percorso che avrebbe cominciato grazie all’aiuto di Nadia, una mediatrice di lingua araba, che l’aveva rassicurata sulla qualità del servizio. Si era addirittura ritagliata un po’ di tempo dopo l’incontro per condividere con lei altre esperienze di donne.
Nonostante questo, Fadma continuava ad avere dei dubbi. Lei e Omar erano cresciuti in un luogo dove avere riserve sui servizi sanitari pubblici era più che naturale, poiché questi non vantavano una buona fama in Marocco. Tuttavia, al momento non potevano permettersi un’alternativa; dovevano accettarlo.
Ma restava il fatto che fosse la prima gravidanza di Fadma: trovarsi in un Paese che non conosceva, lontana dalla famiglia e dai punti di riferimento a cui era abituata, non era di aiuto. Man mano che sentiva crescere dentro di lei quella nuova vita, si scopriva piena di ansie e timori. Avrebbe ricevuto un trattamento di serie B? Il personale era davvero qualificato?
Omar aveva il suo sogno di fare successo in Italia, lei solo quello.

Così, quando le comunicarono una complicanza dovuta al diabete gestazionale, Fadma si sentì mancare la terra sotto i piedi. Durò una frazione di secondo, ma le bastò per ricominciare a dubitare.
– Dall’ultima ecografia abbiamo individuato una sovrapproduzione del liquido amniotico –, le spiegò la ginecologa, Sara, una donna sulla quarantina che l’aveva seguita fino a quel momento. La guardò negli occhi e pronunciò altre parole che a Fadma sfuggirono, dal momento che era ormai intenta a ripercorrere alcuni istanti degli ultimi incontri. Aveva sorpreso la dottoressa a guardare ripetutamente l’orologio in più di un’occasione, come se avesse avuto fretta di finire. E se le fosse sfuggito qualcosa proprio in uno di quei momenti?
– Cosa vuol dire? – provò a chiedere.
– Il bimbo potrebbe nascere con un po’ di anticipo o potrebbero presentarsi dei piccoli ostacoli durante il parto –, rispose Sara, annotando qualcosa su un foglio. – Ma non si preoccupi, monitoriamo la situazione e vediamo il da farsi. Eventualmente possiamo ricorrere a un’estrazione del liquido in eccesso –.
Nadia tradusse quelle rassicurazioni e aggiunse che la percentuale di rischio per il bambino era generalmente bassa, ma Fadma non poteva esserne così sicura.
Si portò una mano alla pancia, come a voler proteggere la vita che avrebbe presto chiamato Amir, e lanciò parole di accusa nei confronti della ginecologa.
Se solo fosse stata più attenta… se non avesse guardato così tante volte l’ora… se le avesse consigliato di fare così al posto di… Alla fine del suo sfogo in arabo, la mediatrice rimase un attimo in silenzio. La osservò riprendere fiato e rimettere l’agenda della gravidanza in borsa, prima di dirle la sua verità.
– Fadma, non è colpa di nessuno, è una situazione comune a molte donne –. Dall’altra parte del tavolo, Sara le guardava confusa.
Avrebbe voluto intervenire in qualche altro modo, rassicurare quella donna che le stava lanciando occhiate di fuoco, ma percepì una forte resistenza. Si voltò verso Nadia, che ricambiò la sua richiesta di aiuto con un cenno del capo.
Ci fu un lungo silenzio.
– Non mi sarei dovuta fidare –, commentò infine Fadma.
Lo disse con voce rotta dall’emozione. Non le sembrava giusto scoprire nuovi problemi, proprio ora che a casa aveva cominciato ad assemblare la culla, ad acquistare i primi vestiti, a trasformare e a trasformarsi.
Abbassò lo sguardo sulle mani che sorreggevano la pancia, attraversate da venature delicate. Chiuse gli occhi e fece un respiro profondo.
Semplicemente, non le sembrava giusto.

06. Segni sul corpo

06 storiaIndicativo presente, passato prossimo, passato remoto, futuro semplice. Così come i verbi della sua lingua, Francesca avrebbe voluto coniugare la sua vita in tante forme diverse, fino a trovarne una in cui potersi riconoscere un po’ di più. Erano ormai sette anni che insegnava in quella scuola elementare. Non era stata la sua prima scelta, ma con il tempo aveva imparato ad amare il suo lavoro. Lì, tra quelle quattro mura, aveva scoperto la vitalità dei bambini.

Una vitalità che sembrava nascere da una curiosità costante, affamata, capace di accendere lo sguardo con mille domande. A Francesca il pensiero di contribuire al loro percorso piaceva, anche se a volte le capitava di provare quel senso di nostalgia per una vita che non aveva vissuto. Non lì, in quel piccolo comune piemontese.
Mentre finiva di spiegare la lezione, scacciò quei pensieri con un gesto verso la lavagna dietro di lei e si concentrò sulla sua classe. Man mano che si avvicinava l’intervallo, poteva percepire tutta la loro impazienza: i bambini erano pronti ad abbandonare i verbi e a correre in cortile. Al suono della campanella, la donna li vide sistemare i quaderni in fretta e furia, scattare in piedi e rivolgerle uno sguardo d’attesa.
– Mettetevi in fila per due –, ricordò allora lei, un sorriso nella voce, mentre recuperava il registro di classe e una giacca leggera. Ci fu un momento di caos, dove gli alunni si spostarono alla ricerca del proprio compagno o compagna di fila, tra risate e passi veloci. Una volta arrivati davanti al cortile, cominciarono subito a disperdersi per quel perimetro ben delimitato. – Giochiamo a “Strega tocca colore”? – gridò qualcuno.
Francesca si stiracchiò nei suoi cinquant’anni e fece un paio di passi verso una panchina. Dopo tutta quella grammatica, sentiva anche lei il bisogno di respirare l’aria fresca di aprile. Proprio in quel momento le finì quasi addosso Alessandro. L’unico bambino di origine straniera della classe non parlava molto, ma correva tanto; con lo sguardo le chiese scusa e fece per raggiungere i compagni dall’altra parte del cortile. Si era trasferito lì da meno di sei mesi, dopo aver vissuto in Cina con i nonni per un paio d’anni. Francesca fece per gridargli di fare più attenzione, ma un particolare la trattenne. Con la coda dell’occhio, aveva intravisto alcune macchie violacee alla base del collo, che sporgevano dalla maglietta blu del bambino.
– Alessandro, scusami, vieni un attimo qui –, lo richiamò a quel punto.
Al suono del suo nome, lo vide esitare, girarsi verso di lei e andarle incontro con un punto interrogativo. Gli occhi si erano stretti in due fessure più sottili e la stavano guardando come si guarda un puzzle. L’insegnante aveva provato a dare una spiegazione a quella caratteristica forma a mandorla, definendola “eredità degli antenati che vivevano in Siberia”, costretti a fronteggiare il vento e il bianco accecante riflesso dalla neve. Ma i bambini sanno essere fantasiosi e crudeli insieme, e le battute non erano mancate. Quando Alessandro arrivò di fronte a lei, Francesca poté dare un’occhiata da vicino ai segni sulla schiena, ma quello che scoprì la fece sobbalzare. La pelle era ricoperta di lividi rosso scuro, capillari rotti circoscritti in una strana forma rotonda. La donna non aveva mai visto niente di simile.
Più tardi, quando la situazione si sarebbe trasformata in un complesso caleidoscopio di intenzioni, incomprensioni e timori, avrebbe capito che era il risultato di una forma di medicina orientale, la coppettazione.
Ma in quel momento sentì solo il battito del cuore accelerare per lo spavento e un nodo alla gola che si sforzò di superare. Cominciò a inondare il bambino di domande. – Alessandro, cosa sono questi segni? Chi te li ha fatti? –
Lo guardò negli occhi, sperando di trovarvi una risposta senza che lui dovesse dire niente. Era la prima volta che le capitava un episodio simile. Francesca non si sentiva pronta ad affrontarlo. Il bambino non reagì. Coglieva l’ansia nella voce della maestra, ma non capiva che cosa volesse sapere dei segni, quale fosse la risposta giusta. Faceva ancora fatica a esprimersi in italiano, dal momento che in famiglia si parlava solo mandarino, ma si stava sforzando di imparare.
– Ti fanno male? –, gli chiese ancora lei, indicandogli i segni sulla schiena.
Lui annuì lievemente, ma Francesca non capì se fosse una risposta alla sua domanda. Si guardò intorno per controllare che gli altri bambini non avessero visto nulla. Sentiva un senso di smarrimento che la immobilizzava, ma più passavano i secondi, più cominciava a sospettare che fosse successo qualcosa in famiglia. Doveva essere così. Aveva incontrato la madre di Alessandro una sola volta, in occasione degli incontri con i genitori. Non le era sembrata così loquace, probabilmente anche a causa della lingua, ma aveva intuito che in casa il bambino era solito essere lasciato a sé stesso.
I genitori lavoravano in negozio tutto il giorno. A sentire i vicini della loro sartoria - in paesi come quelli le voci girano velocemente - i due non staccavano quasi mai prima delle undici di sera.
Alessandro poteva restare solo per moltissimo tempo. E poi?
Francesca si chiese tra sé e sé se ci fosse stato un maltrattamento, se tra un periodo di solitudine e l’altro fosse successo qualcosa. A distanza di giorni sarebbe tornata a quel momento più volte, per capire quali alternative avrebbe potuto avere. In quell’istante, tuttavia, si aggrappò semplicemente alla certezza di dover proteggere l’alunno ed evitare che affrontasse altre difficoltà. Decise così di prendere in mano la situazione e far partire una segnalazione agli assistenti sociali. Finito l’intervallo sarebbe andata a raccontare l’accaduto alla direttrice scolastica. Trasse un profondo respiro per calmarsi e darsi un pizzico di coraggio. Si guardò intorno ancora una volta.
Tra le fronde degli alberi piantati in cortile stava passando un sospiro di vento – delicato, silenzioso, pronto a cambiare.

03. Ha un appuntamento?

03 storiaC’erano tre cose che Elisa non avrebbe mai smesso di fare: bere il caffè senza zucchero,
leggere gialli e impostare almeno tre sveglie la mattina.
Da quando si era trasferita fuori Torino, era diventata anche lei una delle tante pendolari della regione: ciò voleva dire essere in continua competizione con il tempo.
Quel giorno ebbe fortuna e riuscì addirittura ad arrivare in studio in anticipo; fece arieggiare gli spazi e aspettò l’arrivo della dottoressa con calma, sfogliando una rivista per famiglie.

Essere segretaria di uno studio pediatrico non le dispiaceva: era riuscita a trovare i suoi ritmi, a ritagliarsi uno spazio di pace tutto suo. Almeno fino all’emergenza sanitaria, quando, nell’angolo della sua reception, si era improvvisamente trovata in una terra di mezzo. Poiché era la prima a rispondere al telefono, era anche la prima a cui le persone chiedevano assistenza, confidavano dubbi o urlavano contro.
Spesso non riusciva neppure a capire le parole dall’altra parte della cornetta. Lingue diverse inciampavano su sé stesse per dare senso a un bisogno urgente, quello di proteggere i propri figli, ma gli ostacoli erano tanti.
Le era capitato anche il giorno prima, quando una signora aveva provato a descriverle i sintomi del suo bambino. Dall’accento e dall’inflessione della voce, Elisa aveva intuito che la donna dovesse avere origini marocchine. Alla fine non si erano capite.
– Se il bambino ha solo un filo di febbre, la dottoressa consiglia di aspettare ancora un po’ e monitorare la situazione. Richiami se ha bisogno, buona giornata –. La segretaria aveva concluso la chiamata con una frase frettolosa, prima di rispondere al numero successivo. I problemi di comunicazione non erano una novità e attivare mediazioni più costanti non era cosa facile.
Quando la pediatra arrivò in studio, la salutò con un sorriso abbozzato e fece subito entrare una donna con il passeggino: la prima paziente della giornata.
Davanti all’ingresso, intanto, si era già formata una piccola coda.
Elisa cominciò a misurare le temperature e a far accomodare in sala chi aveva un appuntamento. A un certo punto, però, il termoscanner fece uno strano bip e segnalò 37 gradi sulla fronte di un bambino.
– Mio figlio sta male, ha la febbre –. La madre, accanto a lui, confermò il suo dubbio. Indossava un velo bordeaux intorno alla testa, che le nascondeva tutti i capelli, forse bruni. Elisa riconobbe la signora che aveva sentito il giorno prima, Aicha. Sembrava non avesse dormito per tutta la notte.
– Ha un appuntamento? – le chiese, ma sapeva già la risposta. L’altra scosse il capo.
– Signora, la dottoressa riceve solo su appuntamento, gliel’ho detto anche ieri. Le avevo anche detto di chiamare prima di decidere di venire –.
La segretaria trasse un profondo respiro e si guardò intorno, cogliendo il nervosismo di alcune persone in fila. Senza volerlo le era uscito anche un tono esasperato.
Non era la prima che succedeva. Sembrava che le indicazioni sul sito, sui social, sulla porta fuori dallo studio non servissero a nulla. Pensare che li avevano fatti tradurre anche in altre lingue! – Non può fare come vuole. È per la sicurezza di tutti –.
Aicha annuì, ma intanto frugò nella borsa per tirare fuori la tessera sanitaria del figlio. Non sembrava intenzionata ad andarsene prima di vedere la dottoressa. Le due si guardarono a lungo.

Elisa era certa che in giornata si sarebbero presentate altre persone senza appuntamento. Se avesse detto di sì a quella donna, avrebbe dovuto dire di sì a tutti. Già si immaginava la reazione della pediatra.
Nel frattempo, intorno a loro, cominciarono a farsi sentire le voci degli altri. Un’orchestra di armonie e contrasti.
– Ma certo, portiamo un bambino con la febbre in mezzo ad altra gente. Non stiamo mica vivendo una pandemia! –
– Non ha rispetto per la salute degli altri! –
– È solo preoccupata per il figlio, lasciatela stare! –
Elisa vide le guance di Aicha incendiarsi. Non riuscì a capire se fosse per la rabbia, la vergogna o altro, ma le chiese di farsi da parte con il bambino, mentre lasciava entrare i genitori degli altri pazienti.
– Non vi posso far accomodare dentro… –, cominciò. Fece una pausa, spostando lo sguardo dalla madre al figlio. Il piccolo sembrava stremato, ma vigile. La guardava con occhi nerissimi, circondati da un principio di occhiaie.
La volontà di Elisa di non fare eccezioni alla regola vacillò. La donna finì per sbuffare e annuire. – … ma va bene per la visita. Appena la dottoressa finisce con chi c’è, veniamo a voi. La prossima volta, però, rispettate le regole! –.
A quelle parole, Aicha sgranò gli occhi e fece di sì con la testa più volte. Le sorrise timidamente, circondando le spalle del bambino con un braccio.
Elisa non ricambiò, ma sospirò a lungo e forte. Quella mattina non aveva ancora bevuto il suo caffè.

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