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04. Quelli chissà quando pagano

04 storiaStava per succedere di nuovo. Matteo colse i primi segnali nella pausa che percepì subito dopo aver citato i progetti della sua cooperativa. Dall’altra parte del telefono, sentì la voce di Anna esitare. Se la immaginò mentre vagava con lo sguardo nella sua agenzia immobiliare, da un annuncio di affitto all’altro, senza mai soffermarsi su un dettaglio in particolare. Se non quello che le aveva appena detto lui.

– La casa potrebbe essere un po’ piccola per due persone –, provò a giustificarsi lei, aggrappandosi alle prime scuse che le venivano in mente.
Matteo annotò il commento tra i tanti che aveva già sentito. Non era facile trovare un appartamento per le persone in uscita dalla rete SAI: richiedenti asilo dalla Nigeria, Mali, Pakistan, Bangladesh. Così tante differenze che venivano unite sotto sotto la grande voce “stranieri”.
– Ci piacerebbe comunque dare un’occhiata agli spazi –, rispose l’operatore. Teneva la testa inclinata verso la spalla destra per tenere fermo il cellulare, mentre con le mani sfogliava alcuni documenti. Il multitasking era qualcosa che aveva allenato negli anni, tra lavoro, università e vita da pendolare. Dopo un po’ ci si abitua ai ritmi affollati, o almeno ci si costringe a farlo.
Quel giorno aveva già inviato sette email, fatto una riunione con la sua equipe e almeno tre chiamate per intercettare altri alloggi. Per le prime case che aveva trovato, tuttavia, era arrivato troppo tardi: il bilocale che Anna stava definendo piccolo era la sua ultima opzione. L’appartamento si trovava in un quartiere residenziale con tutto quello che poteva servire, non troppo lontano da una fermata di pullman diretti ad Alba.
Per Chaga e Sefu, i due che avrebbero dovuto lasciare presto la struttura, sarebbe stato perfetto.
– I proprietari preferirebbero non avere a che fare con gente come loro –, confessò infine Anna. Lo disse con una nota di imbarazzo, ma l’operatore non riuscì a capire se fosse dovuto alla posizione dei proprietari o alla generale sensazione di disagio dell’agente. – È che hanno avuto esperienze negative con gli stranieri. In passato avevano già provato ad affittare a una famiglia africana, ma erano tutti troppo rumorosi. Spostavano le sedie nel cuore della notte, alzavano le serrande all’alba, mettevano sempre la musica ad alto volume. I vicini non facevano altro che lamentarsi, e una volta hanno addirittura chiamato la polizia –.
Matteo ascoltò il discorso di Anna tamburellando sulla scrivania dell’ufficio. A un certo punto, eccola: l’espressione comune a molte di quelle telefonate.
Giungeva così, dopo una spiegazione più o meno dettagliata dei motivi del rifiuto, come a voler mettere un ultimo puntino sulle i. Il puntino che in qualche modo avrebbe dovuto dare senso al tutto.
– Non è per razzismo –, Anna diede un colpo di tosse. – Si figuri, uno dei proprietari ha origini peruviane! Ma in generale preferirebbero affittare ad altri. Così sarebbero anche più sicuri sui pagamenti. Quelli chissà quando pagano –. Lasciò intendere un “no?” finale, come a cercare la complicità di Matteo.
Ma prima di rispondere lui trasse un profondo respiro. Chiuse un faldone e prese in mano il cellulare, cercando di trovare le parole giuste da dire. Gli era capitato così tante volte che non riusciva neanche più a indignarsi.
– Guardi, capisco la situazione e la ringrazio per la trasparenza –, cominciò, ricordandosi l’arte della captatio benevolentiae. Raccolse le forze per fare un ultimo, rassegnato tentativo. – Ma se è solo una questione di rumore o di soldi, le garantisco che le due persone in questione sono davvero tranquille, con un lavoro dignitoso alle spalle. Non potrebbe intercedere per un incontro con i proprietari? Magari le cose possono cambiare –.
Raramente gli era capitato di incontrare agenti immobiliari che rispondessero sì.
Per questo si stupì nel sentire il sospiro di esitazione di Anna: stava davvero valutando la richiesta? Forse neanche lei condivideva il pensiero dei proprietari, ma ci si era ritrovata in mezzo. O forse stava semplicemente facendo dei calcoli per capire quanto potesse convenire all’agenzia.
In ogni caso, lo fece aspettare almeno venti secondi prima di rispondere. Matteo si stava ormai rassegnando all’idea di dover ripartire da zero e continuare la sua ricerca.
– Che lavoro fanno? –, gli chiese.
– Entrambi sono stati assunti in un’impresa edile –. Sentì un altro breve silenzio.
– Guardi, non le assicuro nulla –, continuò Anna. – Ma perché no? Un tentativo si può fare. Mi sono ricordata che i proprietari vorrebbero trovare un affittuario abbastanza velocemente e per ora non sono arrivate molte richieste –.
L’operatore sorrise alla parete davanti a lui.
Non era il ripensamento più nobile in cui potesse sperare, ma di certo usciva da un copione che rischiava di diventare monotono. Non significava ancora nulla, ma Matteo si augurava che i sì fossero contagiosi: dopo il primo, magari ne sarebbero seguiti altri.
– La ringrazio, davvero –, rispose alla fine.
– Mi può lasciare la sua mail? Così organizziamo –.
– Certo, assolutamente –.
Impegnarsi per fissare un incontro gli sembrava comunque un passo avanti.
Piccolo, incerto, traballante, ma - come ripeteva spesso anche suo padre - da qualche parte si doveva pur iniziare.

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